Morire di superlavoro in Giappone

Nel 2015 le autorità del Giappone hanno pubblicato un rapporto sul fenomeno del karoshi, cioè la morte in seguito al superlavoro. Ne è emerso un quadro spettrale; un quarto delle aziende analizzate aveva dipendenti disposti a fare oltre 80 ore di straordinari al mese, la maggior parte delle quali non pagati, mentre il 12% ospitavano nell’organigramma aziendale persone che facevano più di 100 ore extra mensili. Facendo un rapido calcolo, significa che questi lavoratori, nella peggiore delle ipotesi, lavoravano cinque ore in più ogni giorno rispetto al normale; per farlo dovevano tagliare nella loro giornata attività sociali e ricreative o ridurre le ore di sonno. Entrambe le scelte danneggiano l’organismo e, alla lunga, possono rivelarsi letali. E rispetto al 2015 la situazione non sembra affatto cambiata più di tanto.

Morire di troppo lavoro

L’harakiri è la tradizionale forma di suicidio giapponese. Ebbene, negli ultimi decenni è stato coniato il termine karoshi, il suo corrispettivo ed equivalente in campo aziendale. Dagli anni Ottanta (quando scattarono i primi campanelli d’allarme) a oggi, il numero di casi presentati al governo per morte da superlavoro è aumentato vertiginosamente. Nel 2017 sono stati registrati 191 decessi legati al superlavoro, due in più rispetto al 2016, e 498 casi di malattia mentale, come ad esempio la depressione, correlati al troppo lavoro. Inoltre dal gennaio 2010 al marzo 2015 sono stati considerati karoshi 368 suicidi, di cui 356 uomini e 16 donne). Lo sa bene il governo, costretto a risarcire le famiglie delle vittime al termine delle cause giudiziarie. Nel 1988 fu accolto appena il 4% delle domande, ma nel 2005 quella quota era salita al 40%. Per le leggi giapponesi quando una morte ha a che fare con il karoshi, i familiari del “lavoratore modello” passato a miglior vita possono ricevere dallo Stato un risarcimento di circa 20mila dollari all’anno e, in certi casi, fino a un milione dalla società in cui prestava servizio la vittima.

Samurai aziendali

Negli ultimi vent’anni di congelamento economico, in Giappone molte aziende hanno sostituito i lavoratori a tempo pieno con una schiera di dipendenti a tempo parziale; personale sì regolarmente assunto ma che si sente costretto a lavorare ore extra per il timore che la compagnia industriale possa improvvisamente cacciarlo. Tutto questo ha conseguenze devastanti nella vita delle persone. Alcuni studi dimostrano come oltre il 71% dei giapponesi adulti dorma meno di sette ore a notte. Se la mentalità del duro lavoro è da sempre insita nel cuore del popolo giapponese, è altrettanto vero che traslare gli antichi valori legati al mondo dei samurai alla realtà aziendale odierna è un’operazione assai pericolosa. Così come gli antichi valori spingevano i guerrieri giapponesi a dedicare anima e corpo alla loro causa, oggi i samurai sono stati sostituiti da una schiera di colletti bianchi in completo gessato e gli antichi valori dagli obiettivi aziendali. Il risultato è una nuova forma di harakiri.

Tokyo cerca un rimedio

Il Giappone, ben conscio della tragica situazione, ha provato a contrastare la tendenza limitando il lavoro straordinario legale con la legge sulla riforma del lavoro dello scorso aprile. I dipendenti non possono sforare le 45 ore extra al mese e le 360 annue, che diventano rispettivamente 100 mensili e 720 annuali in periodo di lavoro intenso per un massimo di sei mesi all’anno; le aziende che violano la norma subiranno multe pari a 300mila yen, circa di 2.500 euro. Una multa, forse, piuttosto bassa per tutelare la salute dei lavoratori.

*Fonte: Insideover.com

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