Alex Kerr: “Ecco perché il vero leader culturale dell’Estremo Oriente è ancora il Giappone”

È pomeriggio inoltrato di un’umida giornata estiva al tempio Tenmangu di Kameoka, vicino a Kyoto. Con Alex Kerr abbiamo trascorso alcune ore a parlare e l’intervista ormai è quasi finita. Nonostante questo, indugiamo ancora nel grande salone della sua casa, una porzione di un santuario shintoista che Kerr ha ristrutturato anni fa e che, quando non è a Bankok, è la sua base qui in Giappone. Fuori piove. Dalla grande vetrata del salone in stile giapponese si intravede una porzione del giardino, verde e rigoglioso, «lush», lussureggiante come dice lui. Nella stanza c’è silenzio. Si sente solo il leggero ticchettio della pioggia. «Perché è rimasto così tanto tempo qui in Giappone?», chiediamo. Siamo ancora seduti sui tatami. Alex Kerr ascolta la domanda, poi guarda il giardino, si volta e mi risponde: «Per questo».

Non poteva che iniziare con una riflessione sulla natura giapponese il racconto dell’incontro con Alex Kerr, orientalista di fama mondiale e autore di numerosi libri sul Giappone perché in queste parole c’è tutto l’amore di Kerr per il Giappone. Una storia lunga una vita che Alex Kerr ha raccontato in quello che è il suo libro più famoso, Lost Japanche EDT ha riportato in libreria col titolo La bellezza del Giappone segreto, edizione corredata da una postfazione di Bandō Tamasaburō, il più importante attore di kabuki. Best seller internazionale, Lost Japan è stato definito «uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul Giappone». Pubblicato per la prima volta in giapponese col titolo Utsukushiki Nihon no zanzô (Le immagini che restano del bel Giappone), con questo libro Alex Kerr ha vinto il prestigioso premio letterario Shincho Gakugei Literature Prize, diventando così il primo occidentale ad aver ottenuto un premio letterario giapponese.

In Lost Japan racconta del suo innamoramento per il Giappone, per la natura selvaggia che oggi non c’è più ma che lei ha avuto la fortuna di conoscere. Le manca quel Giappone? 
Mi sono innamorato del Giappone quando la sua natura non era una foresta sterilizzata e meccanizzata ma qualcosa di molto selvaggio. Percepivi davvero la presenza dei kami nelle foreste giapponesi di allora. Oggi non c’è più e per me è un grande dolore, ma questo resta il punto di partenza che mi ha condotto fin qui. Per questo motivo ho scritto un altro libro, Another Kyoto, dove racconto un modo diverso di guardare a questa città.

In questo libro dedico un capitolo all’antico concetto di Shin Gyo So, ispirato dalla calligrafia, un modo di fare che può essere applicato a qualunque cosa. Si tratta di un concetto molto interessante, attraverso il quale il Giappone ha cercato di rispondere, alla giapponese, alla supremazia culturale cinese.

Tra i vari “incontri” che racconta nel libro c’è stato quello con la sperduta Valle di Iya nello Shikoku e con Chiiori, la prima minka – antica casa giapponese – che ha recuperato. A che punto è il suo progetto di ristrutturazione delle minka? 
Dopo Chiiori abbiamo restaurato molte altre minka e adesso ci sono giovani che vanno a vivere lì, a gestire le case ristrutturate nella Valle di Iya o altrove. Si tratta di un grande risultato per una zona che è stata a lungo soggetta allo spopolamento, uno dei grandi problemi delle zone rurali del Giappone. Restaurare ko-minka – le antiche minka – ora è diventato una tendenza e questo è uno degli aspetti positivi del turismo perché cambia la mente delle persone di queste città di campagna. È forse la prima volta nella storia che i giapponesi stanno dando valore ad ambienti come quelli delle minka. In Europa, in Italia in particolare dite di non essere bravi nel modernizzare ma, invece, siete molto bravi. Confucio parlava del concetto di “Onkochishin” ko significa vecchio, chi “sapere”, shin “nuovo”. È un concetto fondamentalmente che richiama il modo di mantenere ciò che c’è di importante nelle vecchie case riadattandole per farle vivere anche nell’età moderna. Questo significa rispetto per i materiali: legno, argilla, bambù, tatami e per il “ma” lo spazio della casa. Significa bilanciare il vecchio e il nuovo per creare un ordine elegante e unico che rispetti la struttura originaria ma abbia allo stesso tempo tutti i comfort.

Mi sono innamorato del Giappone quando la sua natura non era una foresta sterilizzata e meccanizzata ma qualcosa di molto selvaggio. Percepivi davvero la presenza dei kami nelle foreste giapponesi di allora. Oggi non c’è più e per me è un grande dolore

Lei lavora molto con i governi locali giapponesi. Quali sono le principali richieste che riceve? 
In Giappone sono successe due cose. Molto più tardi rispetto all’ Italia c’è stato il problema dello spopolamento delle piccole città. In Italia ci sono piccoli centri che regalano case per attivare il rientro di residenti, e lo stesso succede qui. In Giappone il problema è ancora peggiore perché ci sono intere parti che stanno morendo. L’agricoltura sta crollando, la pesca sta crollando, la foresta sta morendo, le piccole città sono svuotate ecc. Fino ad oggi si è cercato di risolvere il problema con la speculazione edilizia, costruendo strade e edifici che non servono e non sono utilizzati. Adesso quel tempo è finito. Si è capito che non funziona e che è insostenibile. Finalmente abbiamo un nuovo apprezzamento da parte dei giovani per le cose antiche e alcuni scelgono di venire a gestire queste cose.

Lei è arrivato in Giappone molto tempo fa, molto prima che diventasse “di moda”. Cosa ne pensa di tutto questo turismo? 
Il mio ultimo libro (ndr: scritto in giapponese col titolo di 観光亡国論Kankō Bōkoku ron – letteralmente “Trattato sulla distruzione del paese a causa del turismo”) riguarda proprio il problema del sovraffollamento turistico. Credo che il turismo in Giappone continuerà a crescere e che questo renderà molto felici politici e burocrati. Però a Kyoto, per esempio, le persone non ne sono felici. Sono disturbate da tutto questo turismo. Nella sfera burocratica giapponese è come se esistesse il tasso “on” ma non quello “off”: quando inizia un processo non si ferma più. Questo è quello che stiamo vivendo ora con il turismo in Giappone. La gente ha molta consapevolezza che questo sia un grosso problema.

Il turismo però porta anche dei benefici economici… 
Il Giappone ottiene certamente dei benefici dal turismo, ne ho parlato molto. L’economia giapponese è stata ferma per molto tempo. In Italia la gente pensa che il Giappone sia un Paese ricco e che l’Italia sia un Paese povero ma se guardiamo bene al prodotto nazionale lordo pro capite, è uguale. Il Giappone è il 24esimo Paese nel mondo: non fa parte dei primi 20 Paesi più ricchi. L’Italia è al 25esimo posto. La differenza è solo del 5%. Il Giappone nel ’92 era al secondo posto, ora invece è al 24esimo. L’Italia è salita, il Giappone è sceso. Per questo motivo il Giappone ha disperatamente bisogno dei turisti e avere stranieri che vengono a portare un po’ di aria fresca e in questi vecchi rigidi sistemi è positivo. Basti pensare al design degli hotel e dei ristoranti, per anni hanno guardato solo al mercato interno, hanno fatto hotel orribili e Tokyo ha perso la battaglia in modo totale tanto che tutti i migliori hotel nella fascia 4/5 stelle sono stranieri. Ora, finalmente anche i giapponesi hanno imparato a costruire hotel molto belli. C’è poi stata la tendenza a distruggere le case antiche per fare spazio a bed and breakfast e a case di lusso. Anche a Kyoto è andata così ma l’arrivo del turismo sta comunque aiutando a salvare qualcosa. In questo mio ultimo libro propongo la tesi che, come ogni industria, anche quella del turismo abbia bisogno di essere gestita. Il Giappone ha bisogno di un altro sistema, deve gestire meglio il traffico turistico.

Qual è dunque il messaggio che vuole mandare ai lettori dei suo libri? 
Il Giappone è forse l’unico Paese in Asia che, nonostante i disastri del passato, è ancora culturalmente in vita. Per esempio, viaggiare in Cina è piuttosto noioso, perché lì la cultura è morta e il governo attuale è impegnato a creare qualcosa di distopico. In Cina esistono ancora incredibili resti archeologici, città giganti in splendide condizioni. La Cina ha molto da far vedere ma sotto non c’è niente, se vai nei templi buddhisti incontri impiegati municipali. Hanno ucciso la cultura tradizionale. Ma non è tutto così semplice: il messaggio che vorrei mandare è quello della fragilità del Giappone. Il Giappone ha subito enormi danni e rispetto all’Occidente, l’Asia ha subito un drastico shock culturale, si tratta di un sistema forte e fragile allo stesso tempo. Ci sono parti di questa cultura che stanno morendo o sono morte. Il mio è anche un monito a riconoscere e a valutare questa fragilità per poterla salvaguardare. In Giappone persiste comunque una sorta di pienezza. Esistono ancora molte persone che sono interessate alla cultura e che sono depositarie di antiche tradizioni. Qualcosa che non è più possibile fare il Cina.

In Giappone persiste comunque una sorta di pienezza. Esistono ancora molte persone che sono interessate alla cultura e che sono depositarie di antiche tradizioni. Qualcosa che non è più possibile fare il Cina

Parlando di Cina, quali sono i rischi maggiori di questo smantellamento del sistema culturale? 
In Cina vige una sorta di sistema meccanizzato, informatizzato a punti, il Social Credit System. Per esempio, se critichi il governo locale potresti perdere 20 punti e così via, e quando hai perso troppi punti, non puoi ottenere un appartamento, non puoi acquistare il biglietto del treno. Le persone, per non perdere punti sono molto attente, non fanno nulla di diverso, non fanno sperimentazioni e quindi le possibilità in questo momento di una rinascita della cultura in Cina sono molto scarse. La Cina ha vissuto un boom economico e oggi dovrebbe essere la Cina a influenzare il mondo al livello culturale ma questo non sta succedendo. In più c’è da dire che la bolla cinese sta per scoppiare, ci sono interi centri commerciali vuoti e prima o poi questo sistema crollerà, è solo questione di tempo. Così oggi tutti guardano alla Cina economicamente ma non culturalmente. Succede il contrario con il Giappone, che sta avendo un enorme impatto nell’arte, nel teatro, nello spettacolo: queste sono tutte aree da cui Cina è esclusa. Per poter creare una nuova cultura c’è bisogno della sorgente reale. Non può essere solo una questione decorativa come è adesso in Cina dove tutto è valutato solo in base agli affari. Il paese più ricco del mondo e più di successo economico non è, questa volta, il paese di successo in campo culturale. Questo potrebbe essere qualcosa di nuovo a livello storico e mondiale.

Vede dunque una leadership culturale giapponese all’orizzonte? 
Il Giappone in realtà è un paese bloccato, in declino economico e credo anche che continuerà a declinare, ma al livello culturale il potere del Giappone sta crescendo in modo esponenziale. In qualunque campo il Giappone ora è un hotspot questo perché in Giappone le origini sono ancora vive. Basta prendere ad esempio la Cerimonia del tè: si tratta di una tradizione ininterrotta, la comprensione di cosa sia una tazza da tè fa parte della cultura della società, una cultura che è stata tramandata da maestro a discepolo. In Giappone sta nascendo un’incredibile nuova generazione di giovani artisti come Murase, un artigiano di Kyoto che ora sta diventando famoso in tutto il mondo perché ha inventato un piccolo giardino di muschio dentro una palla. Con l’illuminazione a LED riesci a nutrire il giardino per anni. Si tratta di un tipico esempio della nuova creatività giapponese. È un momento interessante dal punto di vista culturale: il Giappone che non dovrebbe avere un impatto sul mondo invece funziona, al contrario rispetto alla Cina.

Nel successo culturale del Giappone a livello mondiale ha contribuito il progetto governativo del Cool Japan? 
No. Il Cool Japan è stato un fallimento drammatico e il governo ha perso decine di milioni di dollari negli investimenti. La ragione per cui è stato un disastro è dovuto al fatto che il governo burocratico ha cercato di decidere di quale cultura ci si doveva occupare. Il vero “Cool Japan” è quel Giappone che sta riscoprendo la sua tradizione per farne qualcosa di moderno. Succede anche nella musica attraverso i giovani che suonano lo shamisen in una maniera nuova. È una tendenza che sta prendendo piede ora. Anche questo è “Onkochishin”.

Lei vive in Asia, ma non pensa mai a tornare a vivere negli Stati Uniti? 
Sono americano ma non vivo negli Stati Uniti da molto tempo. Credo che se c’è una differenza tra me e alcuni stranieri che amano il Giappone è che molti di loro stanno provando a essere giapponesi, cosa che io non ho mai fatto. Penso sempre che sia perché sono venuto qui da ragazzo e sono stato, come dire, “vaccinato”. Sono felice di vivere in questo modo ma non sono mai diventato giapponese.

*Fonte: Stefania Viti su linkiesta.it