Tokyo – Stazione Ueno: la discriminazione di ultimi ed emarginati in Giappone

A Olimpiadi chiuse (Tokyo2020) e con le Paraolimpiadi in corso, la rubrica Terza Pagina ospita Tokyo – Stazione Ueno, un romanzo pubblicato in Italia a fine maggio dalla casa editrice modenese 21|lettere grazie al sostegno della Japan Foundation, la cui sede in Italia è l’Istituto di cultura giapponese di Roma.

Il protagonista di questa storia è Kazu un operaio edile che vive gli ultimi anni della sua vita da senzatetto nel parco della stazione Ueno di Tokyo fino al giorno dello sgombero programmato per la candidatura di Tokyo alle Olimpiadi del 2020.

Kazu è nato lo stesso anno dell’imperatore, e suo figlio lo stesso anno del figlio dell’imperatore, ma le vite di entrambi hanno una balistica molto diversa da quella dei reali giapponesi.

Kazu nato e cresciuto a Fukushima, è stato un raccoglitore di riso fino al trasferimento nella capitale nel 1963; quando trova lavoro come operaio edile in vista delle Olimpiadi del 1964; suo figlio, seppure destinato ad una vita migliore della sua, purtroppo muore improvvisamente a 21 anni lasciando l’uomo nello sconforto e nella rassegnazione più assolute.

Da questa mutilazione emotiva Kazu non riesce a riprendersi, decide di trasferirsi definitivamente a Tokyo, abbandonare per sempre la famiglia e  vivere per strada.

Se il topos della narrazione è unico, la narrazione invece copre la Storia giapponese dal XVII secolo ai giorni nostri, e rende visibile chi, come lui, ha fatto grande il Paese con il proprio lavoro senza avere riconoscimento alcuno, né essere ricordato.

Il romanzo, intriso di emozioni e lirismo, solo nell’epilogo ci permette di comprendere che Kazu è un fantasma, e che il suo spirito vaga nel parco dal quale è stato allontanato; lì Kazu osserva senza essere osservato e attraverso i suoi occhi emerge la quotidianità degli edochiani; da un lato quella della popolazione attiva, economicamente produttiva affaccendata, distratta e indifferente e dall’altro quella degli ultimi, gli ignorati, i disprezzati, i maltrattati tra l’indifferenza dei concittadini e l’ipocrisia dei governanti.

Kazu non ha paura di lasciar trapelare la paura di non sopravvivere a un’altra notte all’aperto, di perdere quel poco che ha mentre attende lo sgombero successivo, e al contempo incarna il senso di comunità e condivisione dei senzatetto. Ciò che emerge è il punto di vista privilegiato di un uomo dimenticato dal mondo che fotografa la società capitalista giapponese e il risvolto di quella medaglia: gli emarginati nella metropoli moderna.

Quello di Yū Miri è sicuramente un romanzo che mescola empatia e rabbia, ed è il frutto  di interviste che l’autrice ha raccolto tra l’umanità ultima del parco della stazione di Ueno che vive di povertà, emarginazione e disuguaglianza. Lei stessa discriminata per le sue origini coreane e nata da una famiglia poverissima, alla consegna del National Book Award ha affermato l’esigenza di voler dare voce al Giappone degli invisibili, soprattutto dopo il disastro di Fukushima del 2011.

Tokyo – Ueno Station è una favola contemporanea senza lieto fine, senza retorica e senza moralismi, perché la critica di Miri è sì cruda, ma concreta e utile, soprattutto agli occhi di un occidentale la cui visione mitologica giapponese è pressoché assoluta.

Ad avvalorare questa tesi, possiamo citare le dichiarazioni di due atleti giapponesi, entrambi medaglia d’argento, Kiyou Shimizu (karate) e Kenichiro Fumita (lotta greco romana) a pochi giorni dalla fine dei giochi olimpici di Tokyo 2020; la prima ha affermato: “Non sono riuscita a rispondere alle attese del mio Paese e a ripagare i tanti connazionali che hanno fatto sacrifici per organizzare questi Giochi in un momento così difficile. Per questo chiedo scusa a tutti.”; il secondo : “Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte le persone e i volontari che hanno seguito le Olimpiadi in un momento così difficile. Ho chiuso con un risultato vergognoso. Mi dispiace veramente tanto.”

Affermazioni che certamente ci restituiscono un’immagine più veritiera di questa cultura millenaria, perché i giapponesi sono culturalmente propensi a dare il massimo, e il fallimento non è contemplato tra le possibilità: fallire comporta un sentimento conseguente di vergogna che porta chi ha fallito a non vedere una via d’uscita. Per i nipponici il concetto di onore è molto ampio e riguarda le aspettative della società e della collettività nei loro confronti.

Yukio Mishima, uno dei più grandi scrittori giapponesi, che si suicidò per onore in segno di protesta contro l’occidentalizzazione del Giappone ha scritto: «Le cose perdonabili sono, in verità, pochissime». E la verità è che molte cose in Giappone sono una questione di onore; basti pensare al fenomeno degli johatsu (il termine significa «evaporare», sparire nel nulla), uomini e donne che spariscono per aver contratto debiti che non possono onorare, aver perso il lavoro, o per problemi con la propria vita sociale ed emotiva, o al ben più noto hikikomori, la tendenza ad autosegregarsi in casa, eliminando qualunque rapporto con il mondo esterno, avendo Internet come unica e sola finestra sul mondo.

E Kazu in fondo è uno johatsu, uno che evapora da vivo e continua a mantenere quello status durante tutto il racconto, sublimando come vero e proprio fantasma; e tutta la sua trasparenza, il suo dolore pacato e dignitoso ci è restituito dalla lingua asciutta, cruda e al contempo densamente poetica di Yū Miri, la cui bellezza resta inalterata in lingua italiana grazie all’impeccabile traduzione di Daniela Guarino.

Yū Miri è nata nel 1968 in Giappone, nella provincia di Kanagawa, da genitori coreani. Nel 1984 è stata costretta a lasciare il liceo, in seguito a episodi di discriminazione razziale, piuttosto comuni nei confronti dei coreani, considerati ancora come “nemici”. Dopo essere stata attrice nella compagnia teatrale “Tokyo Kid Brothers”, ha cominciato la sua attività di scrittrice componendo testi teatrali (nel 1993 ha vinto il Premio Kishida Kunio con Sakana no matsuri – La festa dei pesci). Autrice anche di saggi, Yū Miri, nonostante le sue critiche spietate alla società nipponica, ha conquistato il Giappone con i suoi romanzi che si concentrano sulla condizione di discriminazione degli ultimi e degli emarginati in Giappone.

Con Full House vince il premio Izumi Kyoka e il premio Noma Bungei nel 1996, mentre con Scene di Famiglia da cui è stato recentemente tratto un film, vince il prestigioso premio Akutagawa nel 1997. Tokyo – Stazione Ueno (vincitore del National Book Award per la miglior opera straniera) è il suo quarto libro tradotto in italiano, dopo Oro rapace (Feltrinelli – Collana I Canguri) e Scene di Famiglia (Marsilio – Collana Farfalle) nel 2001, e Il Paese dei suicidi (Atmosphere Libri) nel 2012.

*FONTE: LeccePrima.

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